09/07/2008
Meeting di San Rossore - Pisa ( 10 - 11 Luglio 2008 ).
Manifesto
degli scienziati
antirazzisti.
Anno 2008
I. Le razze umane non esistono. L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze “psicologiche” e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in “migliori” e “peggiori” e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi.
II. L’umanità, non é fatta di grandi e piccole razze. È invece, prima di tutto, una rete di persone collegate. È vero che gli esseri umani si aggregano in gruppi d’individui, comunità locali, etnie, nazioni, civiltà; ma questo non avviene in quanto hanno gli stessi geni ma perché condividono storie di vita, ideali e religioni, costumi e comportamenti, arti e stili di vita, ovvero culture. Le aggregazioni non sono mai rese stabili da DNA identici; al contrario, sono soggette a profondi mutamenti storici: si formano, si trasformano, si mescolano, si frammentano e dissolvono con una rapidità incompatibile con i tempi richiesti da processi di selezione genetica.
III. Nella specie umana il concetto di razza non ha significato biologico. L’analisi dei DNA umani ha dimostrato che la variabilità genetica nelle nostra specie, oltre che minore di quella dei nostri “cugini” scimpanzé, gorilla e orangutan, è rappresentata soprattutto da differenze fra persone della stessa popolazione, mentre le differenze fra popolazioni e fra continenti diversi sono piccole. I geni di due individui della stessa popolazione sono in media solo leggermente più simili fra loro di quelli di persone che vivono in continenti diversi. Proprio a causa di queste differenze ridotte fra popolazioni, neanche gli scienziati razzisti sono mai riusciti a definire di quante razze sia costituita la nostra specie, e hanno prodotto stime oscillanti fra le due e le duecento razze.
IV. È ormai più che assodato il carattere falso, costruito e pernicioso del mito nazista della identificazione con la “razza ariana”, coincidente con l’immagine di un popolo bellicoso, vincitore, “puro” e “nobile”, con buona parte dell’Europa, dell’India e dell’Asia centrale come patria, e una lingua in teoria alla base delle lingue indo-europee. Sotto il profilo storico risulta estremamente difficile identificare gli Arii o Ariani come un popolo, e la nozione di famiglia linguistica indo-europea deriva da una classificazione convenzionale. I dati archeologici moderni indicano, al contrario, che l’Europa è stata popolata nel Paleolitico da una popolazione di origine africana da cui tutti discendiamo, a cui nel Neolitico si sono sovrapposti altri immigranti provenienti dal Vicino Oriente. L’origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell’Europa. Nonostante la drammatica originalità del razzismo fascista, si deve all’alleato nazista l’identificazione anche degli italiani con gli “ariani”.
V. È una leggenda che i sessanta milioni di italiani di oggi discendano da famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio. Gli stessi Romani hanno costruito il loro impero inglobando persone di diverse provenienze e dando loro lo status di cives romani. I fenomeni di meticciamento culturale e sociale, che hanno caratterizzato l’intera storia della penisola, e a cui hanno partecipato non solo le popolazioni locali, ma anche greci, fenici, ebrei, africani, ispanici, oltre ai cosiddetti ”barbari”, hanno prodotto l’ibrido che chiamiamo cultura italiana. Per secoli gli italiani, anche se dispersi nel mondo e divisi in Italia in piccoli Stati, hanno continuato a identificarsi e ad essere identificati con questa cultura complessa e variegata, umanistica e scientifica.
VI. Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano. L’Italia come Nazione si é unificata solo nel 1860 e ancora adesso diversi milioni di italiani, in passato emigrati e spesso concentrati in città e quartieri stranieri, si dicono e sono tali. Una delle nostre maggiori ricchezze, é quella di avere mescolato tanti popoli e avere scambiato con loro culture proprio “incrociandoci” fisicamente e culturalmente. Attribuire ad una inesistente “purezza del sangue” la “nobiltà” della “Nazione” significa ridurre alla omogeneità di una supposta componente biologica e agli abitanti dell’attuale territorio italiano, un patrimonio millenario ed esteso di culture.
VII. Il razzismo é contemporaneamente omicida e suicida. Gli Imperi sono diventati tali grazie alla convivenza di popoli e culture diverse, ma sono improvvisamente collassati quando si sono frammentati. Così é avvenuto e avviene nelle Nazioni con le guerre civili e quando, per arginare crisi le minoranze sono state prese come capri espiatori. Il razzismo é suicida perché non colpisce solo gli appartenenti a popoli diversi ma gli stessi che lo praticano. La tendenza all’odio indiscriminato che lo alimenta, si estende per contagio ideale ad ogni alterità esterna o estranea rispetto ad una definizione sempre più ristretta della “normalità”. Colpisce quelli che stanno “fuori dalle righe”, i “folli”, i “poveri di spirito”, i gay e le lesbiche, i poeti, gli artisti, gli scrittori alternativi, tutti coloro che non sono omologabili a tipologie umane standard e che in realtà permettono all’umanità di cambiare continuamente e quindi di vivere. Qualsiasi sistema vivente resta tale, infatti, solo se é capace di cambiarsi e noi esseri umani cambiamo sempre meno con i geni e sempre più con le invenzioni dei nostri “benevolmente disordinati” cervelli.
VIII. Il razzismo discrimina, nega i collegamenti, intravede minacce nei pensieri e nei comportamenti diversi. Per i difensori della razza italiana l’Africa appare come una paurosa minaccia e il Mediterraneo è il mare che nello stesso tempo separa e unisce. Per questo i razzisti sostengono che non esiste una “comune razza mediterranea”. Per spingere più indietro l’Africa gli scienziati razzisti erigono una barriera contro “semiti” e “camiti”, con cui più facilmente si può entrare in contatto. La scienza ha chiarito che non esiste una chiara distinzione genetica fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono state assolutamente dimostrate, dal punto di vista paleontologico e da quello genetico, le teorie che sostengono l’origine africana dei popoli della terra e li comprendono tutti in un’unica razza.
IX. Gli ebrei italiani sono contemporaneamente ebrei ed italiani. Gli ebrei, come tutti i popoli migranti ( nessuno é migrante per libera scelta ma molti lo sono per necessità) sono sparsi per il Mondo ed hanno fatto parte di diverse culture pur mantenendo contemporaneamente una loro identità di popolo e di religione. Così é successo ad esempio con gli Armeni, con gli stessi italiani emigranti e così sta succedendo con i migranti di ora: africani, filippini, cinesi, arabi dei diversi Paesi , popoli appartenenti all’Est europeo o al Sud America ecc. Tutti questi popoli hanno avuto la dolorosa necessità di dover migrare ma anche la fortuna, nei casi migliori, di arricchirsi unendo la loro cultura a quella degli ospitanti, arricchendo anche loro, senza annullare, quando é stato possibile, né l’una né l’altra.
X. L’ideologia razzista é basata sul timore della “alterazione” della propria razza, eppure essere “bastardi” fa bene. È quindi del tutto cieca rispetto al fatto che molte società riconoscono che sposarsi fuori, perfino con i propri nemici, è bene, perché sanno che le alleanze sono molto più preziose delle barriere. Del resto negli umani i caratteri fisici alterano più per effetto delle condizioni di vita che per selezione e i caratteri psicologici degli individui e dei popoli non stanno scritti nei loro geni. Il “meticciamento” culturale é la base fondante della speranza di progresso che deriva dalla costituzione della Unione Europea. Un’Italia razzista che si frammentasse in “etnie” separate come la ex-Jugoslavia sarebbe devastata e devastante ora e per il futuro. Le conseguenze del razzismo sono infatti epocali: significano perdita di cultura e di plasticità, omicidio e suicidio, frammentazione e implosione non controllabili perché originate dalla ripulsa indiscriminata per chiunque consideriamo “altro da noi”.
Enrico Alleva, Docente di Etologia, Istituto Superiore di Sanità, Roma; Guido Barbujani, Docente di Genetica di popolazioni, Università Ferrara; Marcello Buiatti, Docente di Genetica, Università di Firenze; Laura dalla Ragione, Psichiatra e psicoterapeuta, Perugia; Elena Gagliasso, Docente di Filosofia e Scienze del vivente, Università La Sapienza, Roma; Rita Levi Montalcini, Neurobiologa, Premio Nobel per la Medicina; Massimo Livi Bacci, Docente di demografia, Università di Firenze; Alberto Piazza, Docente di Genetica Umana, Università di Torino; Agostino Pirella, Psichiatra, co-fondatore di Psichiatria democratica, Torino; Francesco Remotti, Docente di Antropologia culturale, Università di Torino; Filippo Tempia, Docente di Fisiologia, Università di Torino; Flavia Zucco, Dirigente di Ricerca, Presidente Associazione Donne e Scienza, Istituto di Medicina molecolare, CNR , Roma.
Meeting di San Rossore 10-11 Luglio 2008.
http://www.regione.toscana.it/
Per scaricare il presente documento clicca qui sotto:
Microsoft Word - Manifestoantirazzista..pdf
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08/07/2008
Pubblichiamo il Manifesto degli scienziati antirazzisti ( meeting di San Rossore - Pisa, 10/11 Luglio 2008 ).
Meeting di San Rossore:
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04/03/2008
movimento
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23/10/2007
Incontri sui problemi della droga promossi dall'Associazione San Benedetto ( Ottobre, Novembre e Dicembre 2007 ).
Nella colonna di sinistra della presente homepage, alla voce " Iniziative locali ", cliccando sul relativo file, è possibile leggere e scaricare il programma dell'Associazione onlus San Benedetto.
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Perché, come e a chi comunicare la scienza
Dal Sito web http://www.ricercaitaliana.it/ ( portale della ricerca scientifica italiana ). Gli scienziati, oggi più che mai, sono chiamati a intraprendere nuove sfide comunicative. Gli interrogativi posti dalle biotecnologie, dalle questioni energetiche, dai problemi legati alla sicurezza alimentare o da quelli delle scienze della vita, solo per citare alcuni esempi, non lasciano, infatti, spazio a dubbi: non si può immaginare alcuno scenario di sviluppo scientifico e tecnologico senza affrontare i nodi irrisolti della rete di connessioni tra il mondo della ricerca e la società nel suo complesso. Problemi che ruotano attorno al concetto di dialogo, inteso come un contesto nel quale la società - quindi anche gli scienziati - deve interrogarsi per affrontare questioni connesse agli sviluppi scientifici e tecnologici. Questioni a volte controverse. Ormai, dunque, per gli scienziati sembra essere definitivamente finito il periodo in cui si poteva teorizzare, come suggeriva Paul Dirac, di stare alla larga dai giornalisti: oggi comunicare la scienza è diventata una assoluta necessità. La crescente pervasività della scienza e della tecnologia, del resto, impone di attribuire alla parola dialogo un significato concreto per evitare irriducibili incomprensioni con l’opinione pubblica ed eccessive politicizzazioni della scienza. Fattori che rischiano di minare pesantemente l’autonomia epistemologica della scienza stessa. Gli scienziati, dunque, anche nel loro lavoro quotidiano, non possono non interagire con una pluralità di gruppi, informare la società e ascoltarne le istanze. Se da un lato devono comunicare meglio, dall’altro gli stessi operatori della comunicazione devono diventare più critici, più informati sulla scienza e sui suoi meccanismi. Le ragioni della comunicazione della scienza Negli anni, si sono susseguite e sovrapposte motivazioni diverse per giustificare la comunicazione pubblica della scienza: ragioni illuministiche quali educazione, alfabetizzazione, piena democraticità; giustificazioni strumentali come ad esempio ottenimento di risorse per la ricerca, aumento delle iscrizioni alle facoltà scientifiche, benessere nazionale ed economico e infine strettamente culturali. Ma qual è il successo della comunicazione pubblica della scienza? Ogni paese che ha legato il suo sviluppo in modo significativo a scienza e tecnologia ha cercato di dare una risposta a questa domanda. In Francia si è promossa maggiormente la culture scientifique, finalizzata più a una familiarizzazione con la scienza piuttosto che alla comprensione dei concetti scientifici. In Germania la scienza è tutto ciò che si riferisce alla sistematica indagine della natura e della società, per cui la divisione tra scienze dure, scienze morbide, discipline umanistiche è diversamente applicata. Nelle pragmatiche società anglosassoni si è puntato, invece, su concetti quali l’alfabetizzazione scientifica o il Public Understanding of Science (Stati Uniti, Gran Bretagna). Impostazione, quest’ultima, che ha prevalso a livello internazionale, anche se modelli diversi si sono sovrapposti e tuttora coesistono tra di loro. La stragrande maggioranza delle attività esplicite di comunicazione pubblica della scienza sono state orientate a migliorare quello che gli inglesi chiamano Public Understanding of Science (PUS), che in italiano suona più o meno come la comprensione pubblica della scienza. Introdotta a partire dalla metà degli anni ’80, la nozione di PUS si è diffusa con l’obiettivo di far apprezzare, ammirare e sostenere la scienza da parte del pubblico. Il pubblico di non-esperti ha acquistato un ruolo sempre maggiore in base alle giustificazioni strumentali prima menzionate e alla paura di un distacco nei confronti della scienza, testimoniato anche dal calo di iscrizioni alle facoltà scientifiche. Il rapporto fra scienza e pubblico è stato concettualizzato secondo un modello lineare: gli scienziati sono produttori di una conoscenza genuina che va “tradotta”, semplificata per il pubblico. E il pubblico è considerato come un “target” passivo, ignorante e indifferenziato, un contenitore vuoto caratterizzato da deficit cognitivi. In quest’ottica le gerarchie sono chiare: lo scienziato è il solo a poter rivendicare il ruolo dell’esperto su temi controversi che riguardano l’impatto della scienza sulla società. L’importanza e il valore della conoscenza scientifica possono essere dunque trasmessi attraverso campagne informative/educative il cui scopo fondamentale è quello di colmare il gap. Aumentare il livello di alfabetizzazione scientifica del pubblico è diventata la parola d’ordine, perché l’ignoranza è ritenuta il maggior imputato, la causa del distacco e della paura: chi conosce il significato di genoma o di DNA, non potrà che essere a favore delle biotecnologie. Per il PUS comunicare la scienza, quindi, significa tradurre le conoscenze scientifiche e raggiungere il più ampio pubblico possibile. Più scienza per tutti? Se non si può obiettare che nell’ambito delle attività PUS sia stato prodotto un eccellente materiale educativo, sul piano dell’alfabetizzazione scientifica i dati complessivi non sono così confortanti. Iniziate prima in USA e in Gran Bretagna, per poi diffondersi in Europa e più recentemente anche in paesi emergenti come il Brasile e la Cina, sono state realizzate numerose indagini per misurare l’evoluzione del livello di alfabetizzazione scientifica in risposta alle campagne di comunicazione della scienza. Secondo queste inchieste l’alfabetizzazione scientifica, un concetto peraltro nebuloso sulla cui validità gli studiosi continuano a dibattere, non è aumentata significativamente. Inoltre, le indagini hanno messo in luce un’altra ingenuità dell’impostazione pedagogica-educativa della comunicazione scientifica: l’idea che una maggiore alfabetizzazione scientifica corrisponda necessariamente a un maggiore apprezzamento e sostegno nei confronti della scienza e della tecnologia. Esistono infatti altre ragioni per cui un “cittadino alfabetizzato scientificamente” possa dichiararsi contrario all’installazione di una centrale nucleare, alla clonazione a scopo terapeutico o alla costruzione di inceneritori di rifiuti. La storia, la filosofia, la sociologia della scienza e le altre discipline dei cosiddetti science studies hanno insomma dimostrato chiaramente quanto il rapporto fra scienza e pubblici diversi e il ruolo della comunicazione siano più complessi di quanto potessero immaginare i fautori del modello lineare top-down. Non è un caso che la comunicazione della scienza sia diventata ormai un campo di studi autonomo, in cui confluiscono teorie, concetti e pratiche di ricerca provenienti da aree scientifiche che vanno dall’antropologia agli studi sulla comunicazione, dall’economia alla fisica, dalla chimica alla biologia. I critici all’impostazione del PUS e al modello deficitario hanno sottolineato, inoltre, la scarsa attenzione riservata ai luoghi concreti in cui le persone incontrano scienza e tecnologia e al contesto in cui sono chiamate a prendere decisioni su temi a esse legate. Gli individui, infatti, non rispondono alla comunicazione scientifica come dei contenitori vuoti, ma anzi elaborano l’informazione scientifica, come qualunque altro tipo d’informazione, secondo gli schemi sociali e psicologici costruiti nelle proprie esperienze personali e nella cornice culturale di appartenenza. Ad esempio l’informazione scientifica veicolata dai messaggi pubblicitari è assai maggiore di quanto si pensi. Bisogna tuttavia dire che gran parte della ricerca rivolta alla critica dell’impostazione deficitaria non ha portato a modifiche significative alle pratiche della comunicazione scientifica e comunque il PUS degli anni ’80 ha avuto il merito di concettualizzare per la prima volta il rapporto tra scienza e pubblico facendo assumere a quest’ultimo un ruolo chiave. Credo che si sia definitamente compreso che le barriere comunicative fra scienziati e cittadini dipendono da fattori educativi, sociali, pratici, culturali, tutti egualmente importanti. Le persone vivono e sperimentano infatti la scienza attraverso relazioni sociali e si capisce che il nodo del problema del rapporto tra scienza e società non è solo la mancanza di conoscenza, ma anche quello della fiducia nei confronti del sistema scientifico e degli scienziati. Fiducia che si conquista attraverso il dialogo, la partecipazione, la cooperazione, parole queste che sono diventate uno slogan anche nella strategia politica comunitaria se è vero ad esempio che l’Unione Europea considera il “Dialogo fra Scienza e Società” uno dei punti imprenscindibili per la costruzione della spazio europeo della ricerca. Questo dialogo deve ovviamente coinvolgere tutti gli attori sociali chiamati a risolvere i problemi legati allo sviluppo e all’impatto sociale della scienza. Tra questi gli scienziati, che, se vogliono conservare il loro ruolo nella società e la loro legittima autonomia, non possono che partecipare attivamente al dibattito confrontandosi nelle arene pubbliche alla pari degli altri interlocutori. In altre parole una maggiore consapevolezza pubblica dell’importanza della scienza non si raggiunge solo con la promozione e l’informazione. Il modello che prevede un semplice trasferimento di informazioni con gerarchie chiare, dall’alto vero il basso, non funziona. Un semplice aumento della quantità di informazione o una migliore distribuzione della conoscenza scientifica non sono la soluzione. Al contrario, ogni miglioramento del rapporto tra scienza e società passa attraverso una maggiore sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dei pubblici. Agli scienziati non viene chiesto tanto e solo di semplificare la scienza per i non addetti ai lavori in nome di una missione divulgatrice dal sapore illuministico. Viene pretesa una comprensione dei pubblici e dei molteplici flussi di comunicazione fra scienza e società. I temi legati alla comunicazione pubblica della scienza, quindi, devono diventare parte integrante della formazione dei giovani ricercatori e del patrimonio degli scienziati nella convinzione che non esiste un legame deterministico fra le attività di comunicazione e il ruolo che la scienza riveste nella società e che, comunque, non c’è scienza senza comunicazione. Se ci si chiede a chi comunicare la scienza, si ottengono tante risposte quanti sono gli interessi, le aspettative, le sensibilità, le contingenze, le culture professionali, i percorsi biografici degli attori coinvolti, proprio perché la scienza è diventata pervasiva e dominante nella vita quotidiana dei cittadini. Agli scienziati non resta che scoprire e accettare la sfida della complessità della comunicazione. E in questa direzione, a Trieste, si muove la SISSA: per prima infatti in Italia, la Scuola, dove si formano ricercatori altamente qualificati in fisica, matematica, biologia, neuroscienze, ha istituito un Master biennale in comunicazione della scienza, un gruppo di ricerca in questo settore, Ics (Innovazioni nella Comunicazione della Scienza) e un dottorato di ricerca in “Scienza e Società” insieme all’Università degli Studi di Milano. (A cura di Stefano Fantoni, direttore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati - SISSA di Trieste) Bibliografia · Bodmer, W. (1985) “The Public Understanding of Science”, London, Report-Council of Royal Society. · House of Lords, "Science and Society" (London: Her Majesty’s Stationary Office, 2000). · Miller, S. (2001) “Public understanding of science at the croassroads,” Public Understanding of Science 10: 115-120. · Special Eurobarometer 224 / Wave 63. 1 (2005) Europeans, Science and Technology. Brussels: European Commission DG Research. · Wynne, B. (1995) “Public Understanding of Science”, in S. Jasanoff, G. E. Markle, J. C. Petersen, and T. Pinch (eds) Handbook of Science and Technology Studies, pp. 361-88. Thousand Oaks, London, New Delhi: SAGE Publications.
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25/09/2007
Come comunicare la scienza
Dal quotidiano l’Unità. Come comunicare la scienza. Un libro di Castelfranchi e Pitrelli sulla nuova sfida della società della conoscenza. Articolo di Andrea Cerroni. Negli ultimi (pochi) decenni, la scienza è fuoriuscita dai ristretti ambiti nei quali era stata da sempre relegata e nei quali, per la verità, aveva trovato anche una propria autonomia, più o meno comoda a seconda dell´agenda dei regimi politici. Materia per esperti o al più per pochi appassionati fino ad anni recenti, la scienza è ormai presente in ogni mass media, nelle politiche nazionali e internazionali, negli eventi che riempiono e caratterizzano la vita delle nostre città, fin negli oggetti e servizi di uso più quotidiano per ciascuno di noi. Per questo si parla dell´avvento di una società della conoscenza. Il tema di come si comunica la scienza è, perciò, attuale e di primaria rilevanza sia per il pubblico sia per lo scienziato, sia anche per quella zona sociale grigia che, proprio per quelle tendenze contrapposte, sempre più va allargandosi fra i due estremi, per altro ormai troppo stereotipati. Dunque, attuale e rilevante per tutti noi. Non si può, perciò, che salutare favorevolmente un libro che, proprio con questo titolo, è uscito da Laterza (Castelfranchi Y, Pitrelli N., Come si comunica la scienza?, Laterza, pp. 128, euro 10). Il fatto è che nessuno arriva preparato alle nuove sfide poste da una società che sia, a un tempo, democratica e basata sulla scienza. Non è preparato il comune cittadino che, soprattutto in Italia, è ancora assai spesso privo di una formazione di base adeguata e di strumenti cognitivi che lo mettano in grado di orientarsi attraverso linguaggi ostici, argomentazioni complesse e ricche di presupposti tutt´altro che evidenti, fonti informative numerose e diversificate di difficile valutazione. Non è preparato, però, neppure lo scienziato, ancora formato in una cultura accademica troppo rigidamente disciplinare, posto dinnanzi a questioni sempre più complesse e bisognose di approcci nuovi e non riduzionistici, avendo rimosso il percorso storico che ha generato l´attuale frontiera della ricerca, dimenticate le questioni fondamentali a partire dalle quali il flusso della conoscenza (main stream) è stato incanalato e amministrato, trascurate le dinamiche che hanno cambiato sia il suo reale lavoro sia la percezione che di esso hanno gli altri cittadini. Insomma, nella misura in cui la democrazia ha vinto la sua battaglia per gestire l´agenda della cosa pubblica attraverso canali partecipativi, i cittadini hanno troppo di rado gli strumenti di base per gestire proprio il motore del cambiamento sociale, cioè la conoscenza scientifica. La loro voce suona spesso, dunque, come una reazione antiscientifica. E, specularmente, nella misura in cui la scienza ha vinto la sua battaglia per affermarsi come sapere pubblico di riferimento per la vita collettiva, lo ha fatto proprio esponendosi pubblicamente con un approccio ancora troppo ingenuo o, comunque, facilmente vulnerabile alle torsioni dei poteri forti di una società esterna che sa bene l´utilità pratica persino della conoscenza più teorica. La tentazione tecnocratica ha, dunque, un´attrazione crescente per lo scienziato. Per contrasto, il pubblico viene però sempre più coinvolto quale produttore e fruitore di conoscenza scientifica, così come lo scienziato è sempre più spesso chiamato a essere innanzi tutto cittadino in una società democratica. In questa lacerazione della contrapposizione tipica della modernità fra élite e «massa», diviene chiaro che la comunicazione della scienza non sia più, né solo, e neppure prevalentemente divulgazione, popolarizzazione, volgarizzazione, ma un insieme di attività assai più ampio e persino distintivo dell´intera società contemporanea. Nei cinque capitoli in cui è articolato il libro di Castelfranchi e Pitrelli (La scienza in una società che cambia; Non c´è scienza senza comunicazione; Il Novecento: le cose si complicano; Gli scienziati che comunicano; Scienza e democrazia) il Lettore, addetto ai lavori o semplice curioso, troverà utili riferimenti per avvicinarsi a un tanto vasto ambito di problemi. Con l´avvertenza che, se il tema è assai complesso, e per essere affrontato richiede conoscenze che non è facile ricevere dagli attuali percorsi formativi, troverà qui un´agevole ed efficace chiave d´accesso. Gli Autori si sono formati nel Master di comunicazione della scienza della Scuola di Studi Superiori Avanzati di Trieste, nel quale continuano a svolgere oggi la loro incisiva attività didattica e di ricerca. Nella sostanza e nella forma espositiva si vedono qui i primi frutti di un progetto pionieristico e lungimirante avviato nel 1993 e che nel suo ambito è, a tutt´oggi, la realtà italiana più consolidata. Pubblicato il: 04.06.07. Modificato il: 04.06.07 alle ore 13.
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